Mostra fotografica “Amianto, il male che non scompare”

 

CIRO PROTA

La Cooperativa Vapordotti

Se ne andavano alla vita
come allora si usava di certo,
senza alibi e senza paura
a lavorare senza un difetto,
se ne andavano alla vita
come giovani assonnati al mattino,
con due sigarette in bocca
da fumare contro il destino.E passavano i giorni nel sole
già scanditi dal tempo ruffiano,
a impastare l’amianto e il cemento
mentre il fischio suonava lontano,
ed a pranzo il pentolino
risuonava di forchette affamate,
un po’ più in là il fiasco del vino
sopra un sasso nel vento d’estate.

Quando il vento dell’industria
spense gli ultimi fuochi d’estate
si trovarono in fila di morte
come anime tutte malate,
e cantarono piano in coro
per non disturbare il vento,
il vento duro del lavoro
che si spengeva in un lungo silenzio.

E se ne andarono ad uno ad uno,
come fanno le foglie d’autunno,
senza rabbia e senza perdono
come persi in un lungo sonno,
ed apparvero i manifesti
lunghi e neri come file di morte
e scomparve in una baleno
la Cooperativa Vapordotti.

Ce ne andiamo in cooperativa
mentre il fischio risuona lontano
ce ne andiamo senza fatica
e ogni ragazzo si tenga per mano,
la Cooperativa Vapordotti
fascia quei tubi che odoran di morte
chissà se adesso qualcuno ricorda
quei giovani eroi e la loro sorte.

Ce ne andiamo in cooperativa
mentre il fischio risuona lontano
ce ne andiamo senza fatica
e ogni ragazzo si tenga per mano.

Marco Chiavistrelli

DAVIDE VOLPI

“Come polvere”

Come innocua polvere
galleggi nel tempo

 

FABRIZIO CARON

“Ho paura”

Ho paura… Lo ripetevi spesso fra te e te, a voce bassa per non farti troppo sentire, e ad ogni sillaba un po’ di angoscia scivolava fuori, un respiro a metà di quella frase: ho paura…

La fabbrica era la tua casa: un porto sicuro, un lavoro certo, lo stipendio ogni mese. Vedrai, mi dicevi, potremmo fare molte cose…
Adesso la tua paura è la mia, adesso che sono rimasta sola e tu sei diventato una presenza ancora più acuta, costante, un dolore sordo che mi scava dentro e mi sfida ad andare avanti.

Com’è scura e grande questa notte, ora che di te posso stringere solo questo corpo vuoto, informe… Maledetta la polvere! Sia maledetta questa polvere di morte, questa polvere che respiriamo e che è in ogni dove, che entra dentro e brucia e si appoggia sul mio cuore e poco a poco lo ricopre! E maledetta la paura di questa polvere eterna: la conosco bene, adesso, e so che non se ne andrà e resterà ancora dio sa per quanto a minacciare le nostre esistenze.

Lascio scorrere queste ore lunghe come binari di cui conosco l’origine ma non so dove portano, e guardo il mare, con metà dell’anima, e l’altra mi tira alla terra…

E intanto, il mio cuore continua a martellare. Così raccolgo le nostre cose, prendo per mano i bambini; non posso fare null’altro se non ripartire da lì, dalla nostra fine, per attraversare questa strada di notte e sperare che domani il vento si plachi. Domani cercherò di farmi strada in quest’aria densa, scostando ciò che è stato da ciò che sarà: un nuovo Sisifo che trasporta un macigno fatto di niente fino in cima alla montagna, sperando che una volta lì non debba vederlo crollare indietro una volta ancora.
Ho paura…

ERAS PERANI

“L’inganno”

Ciao Mario,
ormai sono vecchio, mi trema la mano e un po’ anche la mente. Quando sono entrato nella vita, ho pianto le lacrime del bambino che non conosce il mondo, adesso che sto per uscirne, ho scoperto il sorriso dell’indifferenza, ironico, sì, ma che ti concilia con l’aldilà.
Così io, attaccato com’ero alla vita terrena e dimentico dell’altra, adesso credo che anche un defunto come te possa essere così vicino tanto da ascoltarmi o addirittura leggere questa lettera dove vorrei scrivere ciò che ho sempre voluto ricordare con il solo pensiero. Forse fra pochi mesi te la consegno io stesso, intanto ne ho molte altre da preparare.
Ricordi Mario?
Abitavi nel paese vicino, ma ti ho incontrato quando si aveva diciott’anni, lassù fra l’erba dei prati d’altura, dove le colline si spogliano come le belle donne per mostrare le rocce nude delle nostre montagne.
Era un mattino luminoso d’aprile, te ne stavi accanto alla sorgiva a cui mi stavo dissetando e tenevi le mani in tasca e il petto in fuori come ad affermare le certezze della nostra giovane età.
Fissavi i miei piedi ed io non capivo perché …

da: “Lettera dal crepuscolo” di Flavio Moro

 

GIANCARLO SONCIN

“La tuta di polvere”

Un indumento che milioni di operai indossavano e indossano.
Questi indumenti vestivano uomini, mariti, padri, amici… un tempo perché molti di loro non ci sono più e non ci saranno domani.

La tuta vestiva un marito … oggi è vuota piena solo della polvere del dolore.

La tuta vestiva un padre … i figli non saranno accompagnati nel diventare genitori.

La tuta vestiva un amico… sono rimasti solo i ricordi.

La tuta non è solo l’persona che “c’era”, è anche un veicolo di polveri e di dolore.
La tuta che rientra a casa con la sua polvere … saluta la famiglia, gioca coi figli, legge il giornale, condisce l’insalata e cena in tavola.

Per questo motivo siamo qui oggi…

 

GIGI MURRU

“Respirare è un diritto”

Respirare è un diritto #1  
Salvatore Battelli – Vigile del fuoco interno nello stabilimento ex Enichem di Ottana (NU). Ha lavorato dal 1974 al 2006. Attualmente in pensione.

Respirare è un diritto #2
Angelo Ruiu – Operatore esterno alla centrale termoelettrica e manutentore meccanica nello stabilimento ex Enichem di ottana. Ha lavorato dal 1972 al 2008. Attualmente in pensione.

Respirare è un diritto #3
Giancarlo Nurra – Manutentore elettrostrumentale nello stabilimento ex Enichem di Ottana (NU). Ha lavorato dal 1985 al 2015. Attualmente in mobilità.

Un giorno abbiamo scoperto che respirare poteva ucciderci.
E invece noi, stupidi, non avevamo fatto altro tutto il tempo.
Provateci voi a lavorare trattenendo il fiato.
A me, poi, il respiro, come gesto, mi riusciva benissimo.
Ci era sembrata la cosa più normale del mondo, respirare.
Pensavamo addirittura che respirare fosse il minimo sindacale, quando si lavora.
Ovviamente ci sbagliavamo, l’abbiamo capito solo quando ci è stato detto chiaro e tondo
«Con tutto quello che avete respirato morirete sicuramente».
Nemmeno un punto esclamativo per sottolineare la gravità della faccenda.
Una roba così assurda da sembrare normale.
Come se non ci fosse stato neanche il tempo d’indignarsi che, già, arrivavano le constatazioni, rassegnate.
Qualcuno cominciava a pensare «dovremmo davvero tapparci il naso davanti a questo schifo e smettere di respirare?»
«Ma il respiro è l’anima di ogni cosa! Il respiro è vitale! è la vita stessa! Smettere di respirare è fuori discussione!»
Bisogna solo cambiare aria, allora?
Facile a dirsi.
Ma noi avevamo già respirato, quando respirare faceva ammalare e finiva per uccidere.
Quindi, col tempo, ci siamo ammalati, abbiamo visto i nostri colleghi ammalarsi, abbiamo sentito i nostri amici morire, siamo morti.
Ma a quelli di noi che vivono ancora, dico «Respirate! Un respiro alla volta. Perché respirare è un diritto, innanzitutto, e per voi un dovere! Perché dal respiro passa tutto ciò che la voce può dire. Tutto ciò che vorremmo sentire.»

Fabrizio Brotzu, 2016
Se avessi respirato dell’aria, dico, vivrei.
Vivrei fino al giorno in cui, per una causa qualsiasi, smetterei di respirare. E sarei morto.
E sarei un morto normale, forse.
Invece, quello che ho respirato ogni giorno per tanto tempo non era soltanto aria.
E quindi muoio ogni giorno, perché ho respirato.
Ma respirare non è una colpa.
È un diritto.
E non posso dire nemmeno dire
Oggi non respiro.      E smetto di morire

 

GIOVANNA MAGRI

“Quell’uomo”

Quell’uomo non sapeva…e la morte era dietro la porta

Quell’uomo era stato ingannato…e la morte era dietro la porta

Quell’uomo era stato usato…e la morte era dietro la porta

Quell’uomo non c’entrava affatto con la sua morte.

 

MARCELLA DALLA VALLE

“L’intorno”

Soltanto risveglio

Di serpentino anfibolo

L’intorno amaro

 

SIMONE MIZZOTTI

“Immacolato”

Non andartene docile in quella buona notte

di Dylan Thomas

Non andartene docile in quella buona notte,

I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta

Perché dalle loro parole non diramarono fulmini

Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia, S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono, Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino, Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire, S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi, Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego. Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

 

VIRGILIO FIDANZA

LUCA FORNO

“La pasta genovese”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pasta genovese o per dirla alla francese pâte génoise è un’ottima base per torte simile al pan di spagna.
La differenza tra la pasta genovese e il pan di spagna consiste innanzitutto nella preparazione: la pâte génoise viene preparata a caldo mescolando gli ingredienti in una ciotola a bagnomaria, sbattendo le uova con lo zucchero, questi divengono spumosi per effetto del calore sulle uova.L’impasto viene quindi cotto in forno dove non crescerà perché la “lievitazione” avviene mentre si montano le uova.
Inoltre la pasta genovese prevede l’aggiunta di burro nell’impasto rendendolo più soffice e “spugnoso”.
L’impasto del pan di Spagna, invece, viene preparato a freddo e cresce successivamente con il calore del forno.
La pasta genovese è una base utilizzata molto nei paesi anglosassoni a differenza del pan di spagna che è la base per torte più utilizzata qui da noi.Per la preparazione della torta di compleanno di mia madre avevo deciso di utilizzare questa base in alternativa al solito pan di spagna, mi son poi reso conto di non avere più nessuno a cui preparare la torta con la pasta genovese.Eras Perani

LAURA PIAZZOLI

“G.A. – un’operaia”

 

 

 

 

Giuseppina A. era un’operaia tessile. Tesseva 8 ore al giorno, ed è morta d’amianto.

Dal 1941 al 1979 ha respirato la polvere mista a fibre d’amianto sprigionata dai telai, che veniva rimossa con pistole ad aria compressa, senza alcuna protezione.

Mesotelioma pleurico. Così si chiamava il suo tumore d’amianto.

Nel 2012 il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto il nesso tra il lavoro e la morte di Giuseppina, avvenuta nel 2007.

Trent’anni dopo? Si, trent’anni dopo.
Perché l’amianto non scompare